Presenta
Una produzione di Riccardo Callioni
In collaborazione con il ricercatore storico locale Vincenzo Malvestiti
Con il patrocinio del Comune di Madone
LA FORNACE DI MADONE – RACCONTO E DOCUMENTARIO STORICO
fonte dei seguenti contenuti.
Il ritrovamento nell’isola di questo laterizio, dell’alto medioevo, testimonia che già a quei tempi la popolazione locale sfruttava la grande quantità di materiale argilloso di questa zona.
Lo stesso toponimo del paese è molto probabilmente legato al prodotto tipico delle fornaci
Madone = mattone
"Stemma araldico raffigurante i mattoni tipici locali"
Il mattone ha sempre fatto mostra di se sugli stemmi araldici locali, a cavallo tra il 1500 e il 1600 la famiglia Zineroni aveva già realizzato alcuni forni,
"Mattone che porta il marchio Zineroni"
davanti all’attuale chiesa parrocchiale, infatti, sorge un edificio costruito nel 1960 durante la costruzione delle cui fondamenta furono ritrovate le volte a botte dei forni per la cottura dei mattoni. Nel 1885 Gaspare Zineroni comprò dallo zio Angelo la vecchia fornace per costruirne una nuova di "modernissima" concezione, la fornace Hoffmann.
"Ritrovamenti delle storiche volte a batte"
Osserviamo l’attuale fornace vista in pianta, nella parte centrale la ciminiera troneggia con i suoi 30 metri di altezza (prima del crollo del il 30 agosto 2007), tutto intorno un corridoio circolare a catino. Il corridoio possedeva, e possiede ancora, diverse aperture sull’esterno, in corrispondenza di ogni apertura si costruivano all’interno delle stanze separate da materiale isolante, in questo modo si potevano separare le varie fasi della cottura senza mai spegnere la fornace.
"Aperture corrispondenti alle diverse stanze"
Analizziamo attentamente il disegno, la numerazione descrive l’ordine cronologico con cui venivano svuotate le stanze a cottura completata e riempite con nuovi mattoni per la cottura successiva. Gli operai procedevano in senso orario, al contrario ovviamente il procedimento di cottura avveniva in senso antiorario, mentre gli operai scaricavano e caricavano le stanze 1 2 e 3 nelle stanze 12 11 10 e 9 avveniva il preriscaldamento dei mattoni qui riposti poco prima. Nelle stanze 8 e 7 avveniva la vera e propria cottura, nelle stanze numerate con 6 5 e 4 il raffreddamento, a raffreddamento completato gli operai avrebbero svuotato queste ultime stanze per poi riempirle e così via.
"Pianta della fornace"
In questo modo non vi erano mai tempi morti, così il forno era sempre acceso alimentato dai fuochisti i quali scaricavano dalle apposite bocche, situate sulla volta del tunnel, il carbon fossile tra le pile dei mattoni. I mattoni erano accatastati in modo da rendere ottimale sia la penetrazione del carbone sia la ventilazione, la ventilazione avveniva grazie alle bocche di aspirazione poste in basso e collegate alla ciminiera. Queste ultime venivano aperte con apposite serrande solo per quelle camere in cui avveniva la cottura vera e propria. Tutta questa lavorazione continuava ininterrottamente per i tre mesi estivi ma cosa avveniva durante il resto dell’anno? Squadre di contadini venivano assunte nel periodo invernale, poiché liberi dai lavori agricoli, per rimuovere lo strato di coltura nei campi destinati al prelievo dell’argilla.
"Contadini a lavoro nel periodo invernale"
Una volta estratta questa veniva lavorata in primavera dai matonieri o nell’idioma locale dai cosiddetti "quadrelì". L’impasto argilloso e la lavorazione preliminare avvenivano in loco con semplici attrezzature quali zappa, badile e forma di stampo.
Verso il mese di giugno i fornaciai accendevano il forno e il procedimento della cottura aveva inizio, i carrettieri, quasi tutti contadini, arrotondavano le proprie entrate garantendo il trasporto delle materie prime e del prodotto finito. Partendo dalla stazione di Terno d’Isola fornivano l’azienda del carbone proveniente da Genova, caricando i mattoni in fabbrica e li consegnavano ai clienti soprattutto nel trevigliese e nel milanese.
"Il complesso dell'intera azienda della fornace"
Ecco l’intero complesso aziendale, al centro la fornace e all’entrata una comoda villetta con tanto di torretta colombaia per uso uffici e abitazione diventata poi del capo cantiere.
"Villetta con torretta colombaia"
Più a sud la casa degli operai, questo edificio chiamato all’ora “la Cascina” poteva ospitare fino a 13 famiglie di operai per un totale di una settantina di persone. Ogni famiglia aveva a disposizione 3 vani: la cucina a piano terra, la camera da letto al piano superiore e infine il solaio.
"La Cascina"
L’uso di questi alloggi non era gratuito, l’affitto veniva decurtato direttamente dalla paga con cadenza semestrale, questo affitto comprendeva comunque l’usufrutto ad orto di alcune pertiche di terreno sfruttando il fermo stagionale dell’inverno quando i quadrelì non potevano lavorare. L’edificio fu abbattuto nel 2001 poiché pericolante e pericoloso.
"Casa degli operai"
Il primo proprietario Gaspare Zineroni dopo solo 15 anni di attività si vide costretto a cedere l’azienda alla ditta Radaelli e Perego per il prezzo di 40.350 lire delle quali ne riceverà soltanto un terzo a causa della già esistente ipoteca sull’immobile.
Nel 1899 la ditta Radaelli continuò la produzione di laterizi, secondo i registri degli anni ’20 la produzione arrivava a ben 10.000 pezzi al giorno, ogni pezzo era un mattone.
"Produzione Radaelli di fine secolo"
Alla metà del secolo scorso l’esaurimento della materia prima argillosa nei terreni vicini non rese più conveniente l’attuale allocazione aziendale di conseguenza nel 1950 i nuovi padroni decisero di cessare l’attività a Madone per trasferirla alla già esistente fornace di Trezzo sull’Adda.
Finiva così un periodo fondamentale per la storia di Madone e, per non dimenticare, la fornace sarà sempre il simbolo del "piccolo villaggio bergamasco".